Duel - labile


l'immaginario del dottor gilliam

lunedì, 09 novembre 2009 :: 18:55

A ripercorrere tutta la filmografia di terry gilliam, l'immaginario del dottor parnassus può sembrare irrilevante. E però lo si può trovare anche fondamentale nella sua essenzialità e concettualità. Mai come in questo film risulta chiaro (perlomeno a me) come il fiabesco e l'inconscio nei film di gilliam siano la stessa cosa, e servano a rivelare pulsioni e lati oscuri dei personaggi. Per il resto, un film riassuntivo, che parte dal bisogno del racconto come forza creatrice che fa girare il mondo e succedere le cose, come nelle avventure del barone di munchausen, tocca schegge impazzite di derivazione montypythoniana, affonda nella visionarietà come brazil o come paura e delirio a las vegas, ci ricorda che ogni nostra fuga dalla realtà non fa che svelare come siamo davvero nella realtà.

Non mi soffermo sul fatto che Heath Ledger sia morto durante la lavorazione del film e che sia stato sostituito da altri tre attori (depp, law, farrell), ci porterebbe troppo lontano: includerebbe disquisizioni su come si girano i film tecnicamente (cioè quali sequenze prima e quali dopo, e secondo quale logica), supposizioni su come la sceneggiatura possa essere stata riadattata in seguito all'evento, ed elucubrazioni sul fatto che gli attori hollywoodiani di oggi, bellocci, bravi e sempre pronti a lavorare coi registi migliori e più creativi sulla piazza, siano talmente versatili da poter diventare praticamente interscambiabili.

Se sia opportuno o macabro sostituire un attore che è venuto a mancare, non mi interessa, non sta a me stabilirlo.

Quello che mi interessa è che tra Gilliam e Ledger era nato un sodalizio già sul set del precedente I fratelli grimm e l'incantevole strega, e che l'omaggio alla memoria appare sentito.

Parentesi: appena visto i fratelli grimm sentenziai che fosse un film bellissimo, un po' ideologicamente. Non ne ero pienamente convinto. L'ho rivisto di recente e confermo: un capolavoro incompreso, più che un film un esorcismo, il lato oscuro dell'inconscio collettivo sconfitto e pronto per essere rielaborato in forma narrativa; e il popolo liberato a ballare il girotondo, che meraviglia, ragazzi. Chiusa parentesi.

L'altra cosa che mi interessa è che dopo progetti abortiti (the man who killed don quixote) e piccoli film indipendenti distribuiti praticamente in bicicletta sala per sala (tideland), terry gilliam è tornato e lotta insieme a noi.

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a proposito di avati

venerdì, 04 settembre 2009 :: 16:00

Pupi avati. Un regista a cui devo dire la verità non mi sono mai interessato troppo. Me ne faccio una colpa? Mah. Ultimamente mi è capitato di vedere, nel giro di pochi giorni, la cena per farli conoscere, ma quando  arrivano le ragazze e la seconda notte di nozze. Il cuore altrove no, non lo sopporto: ho battuto i record di resistenza, dopo cinque minuti mi son detto: ma perché dovrei stare a guardare 'sto film?

Per quanto riguarda la cena, la notte di nozze e le ragazze, che devo dire... i film di avati hanno dei personaggi meravigliosi e un uso degli attori geniale, una regia sobria e calibrata, un giusto miscuglio dei tenerezza e cattiveria...

Manca una cosa, e detto da me, che sono sempre stato del parere che il cinema è prima di tutto un'arte visiva, forse non fa testo o forse proprio per questo a maggior ragione fa testo, contesto e paratesto: manca la trama, l'intrigo, l'intreccio, il coinvolgimento emotivo, l'emozione, la passione....

Da parte della critica si loda sempre la delicatezza di tocco di pupi... dalle mie parti si dice che un piatto è delicato quando non sa di niente e non si vuole offendere il cuoco...

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Inglourious Basterds di Quentin Tarantino

martedì, 01 settembre 2009 :: 15:54

Dopo aver visto Inglourious Basterds, perdoniamo volentieri al regista Quentin Tarantino l’uscita poco felice sul cinema italiano di alcuni mesi orsono, per cui peraltro si era già scusato di persona. Anche i grandi possono inciampare, specialmente nelle dichiarazioni, e che Tarantino sia un grande l’ha dimostrato con questo film che si potrebbe riassumere in una frase: il cinema riscrive la storia, il grande cinema!

Un cinema fatto di realtà, sogno, fantasia, storia, recitazione, tensione, violenza, immagini, sarcasmo, moralità e umanità al vertice dell’immaginabile. Temevo che avrebbe potuto darmi fastidio la marmellata – come il regista ama definire i suoi film – di sangue, ma non è stato così. Il sangue c’è, ed in abbondanza, ma è assolutamente un fattore di secondaria importanza, il film non vive di effetti speciali né di banali mezzi per impressionare. Inglourious Basterds è un film che vive per la quasi perfezione con cui è realizzato in ogni dettaglio, dalla prima all’ultima scena. Un inizio che prende immediatamente, un finale spiazzante e per nulla scontato, con indimenticabili elementi di genialità e di rara originalità come l’immagine della donna proprietaria del cinema proiettata nel fumo del cinema in fiamme. E in mezzo tutta la potenza interpretativa di attori di altissimo livello: assolutamente meritata la Palma d’oro di Cannes a Christoph Waltz nei panni del colonnello SS.

Quentin, restiamo dunque in attesa del tuo prossimo film e intanto ci riguardiamo i precedenti, per cogliere analogie!

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Scheda Tecnica Xich lo (1995)

martedì, 26 maggio 2009 :: 18:26
Xich lo (1995), titolo internazionale: Cyclo, scritto e diretto da Tran Anh Hung,  Laboratoires LTC, St. Cloud, France. Formato della pellicola originale: 35 mm; lunghezza della pellicola: 3479 m. Proporzioni schermo: 1:85: 1; Formato: Colori, Dolby Stereo. Location: Ho Chi Min (Saigon), Vietnam; Hon Kong, Cina. Produzione: * Canal+ * Centre National de la Cinématographie (CNC) * Cofimage 5 * Giai Phong Film Studio * La Sept Cinéma * Les Productions Lazennec * Lumière * Salon Films * Société Française de Production (SFP). Distribuzione: * Alta Films (Spain)  * BIM Distribuzione * Cinépix Film Properties (CFP) (1996) (USA) (subtitled) * Galileo Medien AG (2006) (Germany) (DVD) * Lumière Home Vídeo (Brazil) (VHS) (as "Entre a Inocência e o Crime"). Premi vinti: 1995, Flanders International Film Festival,  Premio Georges Delerue per la colonna sonora a Tôn-Thât Tiêt, Gran Premio della Giuria a Tran Anh Hung: 1995, Festival Internazionale del Cinema di Venezia: Premio FIPRESCI a Tran Anh Hung, Leone d'Oro  a Tran Anh Hung. Leit Motiv: "Creep", Radiohead. Sinossi: Un conduttore di taxi – biciclette a Saigon (Ho – Chi – Min) entra in contatto con la malavita.Fonte: IMDB.

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Cyclo

martedì, 26 maggio 2009 :: 17:21
Venezia 1995, della Critica



Nella grande città la povertà è una colpa senza possibilità di riscatto. Questo è in estrema sintesi il senso del film che ha prodotto scandalo nella critica "ufficiale"  italiana, che recensì il film in Italia in questi termini:

Tullio Kezich  in La Stampa: Ha vinto un' opera violenta e atroce. Premio speciale a Tornatore e Monteiro. Titolo: Leone d' oro a "Cyclo" ma non e' il film piu' bello



oppure:



Lietta Tornabuoni, da La Stampa, 7 Settembre 1995: Film malriuscito: Xich lo (Cyclo) di Anh Hung Tran, il trentottenne regista vietnamita francesizzato de Il profumo della papaya verde, interpretato da Le Van Loc, Tony Leung Chiu-Wai, Tran Nu Yen Khe, storia dell'apprendistato al delitto e alla prostituzione d'un adolescente e di sua sorella, ragazzi poverissimi e innocenti che riescono infine a sfuggire al mondo criminale.



oppure



Irene Bignardi, da La Repubblica: "Sconvolgente, per violenza e realismo, dramma con aspirazioni letterarie del regista vietnamita Tran Ahn Hung, eccessivo Leone d'Oro a Venezia, che scopiazza, in bello stile, qualche celebre classico del cinema, mescolando senza pensarci troppo sangue e poesia. Peccato che l'esibizionismo più morboso soffochi spesso l'indubbio talento dell'ambizioso autore".  Tornatore vinse il premio della giuria giovanile del festival per motivi di produzione: per evitare la censura ai minori di 14 anni, censura che per un film è una perdita notevole in termini di pubblico e dunque di incasso. Monteiro vinse un premio alla carriera, che accolse passeggiando sul palco leccando il microfono come fosse un gelato, e questo fu il suo discorso di ringraziamento alla giuria del festival.



     Cyclo piacque alla parte dei professionisti della giuria, e ai critici più giovani, non ai critici formatisi ai tempi del neorealismo. Piacque perché raccontava la contraddizione di una crescente povertà sociale insieme al crescere delle differenze fra i ricchi e i poveri, raccontava un mondo in cui il neorealismo aveva esaurito le sue possibilità narrative. La prima proiezione si chiuse con applausi.



     La città dove i ricchi e i poveri sono rigidamente segregati: questo è il racconto che ha fatto decisamente male; la città in cui i poveri non sono disponibili a lavorare come comparse e a credere che la realtà abbia un potere di redenzione; di qui l'irrealtà estetizzante e il dripping cinematografico di gole tagliate.  il lieto fine è chiaramente un espediente cinematografico dovuto al genere narrativo, non alla storia che racconta. Una città dove i poveri non hanno nome ma un ruolo identificato solo dal lavoro che svolgono e dove non hanno voce (non ci sono quasi dialoghi).



Violenza e estetizzazione: La violenza estetizzante di Tran Anh Hung disturbava perché manteneva la violenza violenza, senza farla diventare il fuoco d'artificio di John Woo; la estetizzava in termini di pittura, ma questo non la rendeva spettacolare e le lasciava tutto il lato crudele.  La visione della violenza di Tran Anh Hung non ha nulla di rassegnato e poco o nulla di orientale: in questo dimostra la sua genealogia cinematografica. Questo film ha sullo sfondo "Ladri di biciclette" (Vittorio De Sica, 1948), "A bout de souffle" (Godard, 1960),  "Il padrino II" (Francis Ford Coppola, 1977). Che l'occhio della cinepresa abbia una intelligenza sua propria, questo non piace mai troppo ai critici ed è l'arma più difficile da gestire per chi ha telento nello sguardo. Che una macchia di sangue possa dire più di un lieto fine, questo fa sempre scandalo.



Ho Chi Min al cinema: Saigon, colonia francese. Una città che fa parte della costellazione dei Tristi Tropici, dove il colonialismo non ha insegnato il buono dell'Europa e dove la povertà è l'unica pedagoga. Dove la minoranza Vietnamita è sempre stata schiacciata dai cinesi, dal colonialismo, dai propri dittatori. Marguerite Duras in "L'amant" ha raccontato Ho Chi Min, in modo non troppo differente. Una città che non potrebbe essere più lontana dalla Roma neorealista di De Sica e Rossellini raccontata a partire dagli stessi mezzi e a partire dallo stesso linguaggio: questo mi pare la parte più interessante.







Toni Leung: Provate a guardare le trasformazioni del corpo di Toni Leung in Bullet in the Head, in un Vietnam degli anni '60 in piena rivolta anti–cinese, con la mafia da una parte e i dittatori dall'altra a spartirsi il potere, e in questo film, dove l'occidente e il capitalismo hanno spianato la strada al potere della mafia, ai tempi del comunismo di "Arricchirsi è glorioso".

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capossela da solo

venerdì, 22 maggio 2009 :: 16:05

Vorrei dirlo con quel tono perentorio che non ammette repliche:

l'ultimo album di Capossela, titolo: da solo, è il suo capolavoro. Le influenze sono le solite: tom waits, bukowsky, fellini, ma tutto sublimato, sottotraccia, un retropensiero costante che sorregge senza mai straripare la scrittura di capossela, mai così limpida come in questo caso, sia nei testi che nella musica.

Il disco della riappacificazione con se stesso e con il mondo, anche se sotto sotto si muove, e si avverte, lo spirito indomito e ribelle di sempre.

E la faccia del mattino non mi faccia più male...

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quel certo non so che di soderbergh

venerdì, 08 maggio 2009 :: 11:29

La prima parte si concentra sul che guerrigliero e uomo politico. La seconda mette in scena l'eterno dilemma tra idealismo e pragmatismo. Forse non si può esportare la rivoluzione così come non si può esportare la democrazia. Incredibilmente antiretorico, dal taglio giornalistico la prima parte, epica e tragica ma sottopelle la seconda (giusto attraverso qualche inquadratura dal basso verso l'alto e i tagli di luce luminosissima a fendere e disegnare ombre su visi e corpi immersi in un giungla quasi herzoghiana). Agiografico secondo qualcuno, iconoclasta secondo altri, a me sembra politico senza essere politicizzato, per come percorre il sottile confine tra storiografia e mitopoiesi; che ogni evento riportato, cioè narrato, è sempre reinventato e trasformato in un sistema di simboli e segni semiotici.

Il miglior film di Soderbergh insieme a Traffic. Poco capito, e lo capisco, perché arriva lento, ma se ne riparlerà. Scommettiamo?

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I wu xia pian di Zang Yimou

giovedì, 07 maggio 2009 :: 19:46

Hero, La Foresta dei Pugnali Volanti, la Città Proibita.... l'interesse di pubblico e critica è stato calante, a me sembra che la qualità dei film sia in progressione. Hero è forse il più fine a sé stesso, anche se quella ricerca della verità e della bellezza, che i personaggi cercano attraverso la spada e la calligrafia, il regista la mima perfettamente tramite la struttura narrativa, il montaggio che sembra una partitura musicale, il gusto estetizzante dei colori, delle inquadrature e tutto il resto. Ma il nazionalismo ecumenico e retoricamente strappacore del finale non vi lascia un retrogusto un po'  ... un po' così?

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californication

mercoledì, 24 settembre 2008 :: 17:51

Rompiamo ogni tabù e parliamo di tivù.

Parliamo di Californication. Ma davvero.

A prima vista avrei scommesso di trovarmi davanti all'ennessimo serial patinato finto cinico di cui si sentiva davvero un gran bisogno (prego notare sottile sfumatura ironica). E certo, almeno di partenza, mi son trovato davanti a un'accozzaglia di luoghi comuni che sarebbero venuti in mente anche a me. Scrittore in crisi creativa, separato con figlia, ancora innamorato della sua compagna (sua di lui, non di sua figlia), cinico, sbruffone, strafottente, fancazzista e in fondo fondo sentimentale marcio, si sfoga portandosi a letto ogni essere di vaga forma femminile incroci per la strada. Sai che novità.

Però però... a parte che spesso gli sceneggiatori americani partono da spunti banali per farti orientare fin da subito e poi sviluppare dell'altro (anche la prima puntata di Lost, orso bianco a parte, sostituisci l'aereo con una nave e sai che novità... un naufragio in un'isola misteriosa...)

Sarà che il protagonista si chiama Hank (come Chinasky/Bukowsky, e scusate se è poco... anche se fosse casuale, ma non lo è, ci scommetteri, ma anche se lo fosse, una botta di fortuna che va premiata). Sarà che sotto sotto è anche un po' sfigato, e che comunque un certo sospetto che la sua insaziabilità sessuale sia ai limiti di un comportamento ossessivo-compulsivo qua e là viene instillato...  sarà che alcune battute sono semplicemente irresistibili...o magari sarà soltanto la soddisfazione di immaginarsi quel represso di Fox Mulder darsi alla pazza gioia... ma mi sembra di sentir scorrere sottotraccia un'autentica vena di sana volgarità se non addirittura un pizzico di follia anarcoide.

Certo tre puntate sono poche per decidere, ma mi sembra siamo lontani anni-luce tanto dallo humour un po' snob e fine a se stesso del pur divertente Sex and the City, tanto dal finto nichilismo chic di robacce raccapriccianti tipo nip/tuck. Speriamo regga.

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"Happy-go lucky" di Mike Leigh

venerdì, 04 luglio 2008 :: 14:53
Dopo Il segreto di Vera Drake, una pellicola brutale, Mike Leigh sentiva probabilmente il bisogno di riscattarsi e ha realizzato un film che è come una boccata d'aria fresca. Ma non solo. Anche questa è una pellicola tutta al femminile, in cui sembra regnare solo la spensieratezza. Dopo la prima mezz'ora, infatti, lo spettatore si chiede se tutto il film andrà avanti in quel modo e immediatamente viene spiazzato dall'imprevedibilità di numerose situazioni, fino alla fine. Grande introspezione, sorriso che gela sulla bocca, grande umanità. Stupenda persino la scena in cui la protagonista e l'amore trovato si spogliano per la prima volta: che nessuno si aspetti immagini piccanti, è un film inglese! Anche in quella sequenza c'è grande sensibilità nel mostrare ciò che è necessario e lasciare fuori ciò che è superfluo: un esercizio difficile per ogni regista e Mike Leigh sembra esserne maestro. Orso d'argento nonché Premio come migliore protagonista a Sally Hawkins all'ultima Berlinale, a mio parere entrambi meritati. Il film, infatti, non è affatto "leggero", lasciatevi stupire.

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